La guerra che da una settimana è tornata a scuotere il nord dell’Etiopia potrebbe aver raggiunto Addis Abeba. Diverse esplosioni sono state udite nella notte nella capitale, alcune nella zona del quartier generale dell’esercito, a ovest della città, e almeno un’altra nella parte meridionale, vicino alla sede dei servizi di intelligence.
Una fonte legata all’alleanza di gruppi armati che combatte contro il governo di Abiy Ahmed ha rivendicato a Reuters attacchi con droni contro obiettivi militari. Ma né la responsabilità né la natura delle esplosioni sono state verificate in maniera indipendente e le autorità etiopi non hanno comunicato la presenza di vittime o danni.
Poche ore prima il National Intelligence and Security Service aveva vietato a tempo indeterminato il volo dei droni sopra Addis Abeba e nelle aree circostanti, motivando la decisione con la necessità di proteggere le autorità e le infrastrutture strategiche.
Se la rivendicazione dell’opposizione venisse confermata, sarebbe il primo attacco conosciuto con droni contro la capitale da parte delle forze antigovernative. E soprattutto segnerebbe un cambiamento importante in un conflitto che fino a questo momento si è combattuto a centinaia di chilometri di distanza, nelle regioni settentrionali del Tigray, dell’Amhara e dell’Afar.
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La nuova escalation arriva dopo mesi di tensioni tra Addis Abeba e il Tigray People’s Liberation Front, il TPLF, il partito che governa il Tigray e che tra il 2020 e il 2022 combatté una guerra devastante contro il governo federale.
A settembre sette movimenti armati hanno annunciato la nascita di un’alleanza con l’obiettivo dichiarato di rimuovere il governo di Abiy Ahmed e sostituirlo con un’amministrazione di transizione.
La composizione della coalizione è uno degli elementi più significativi della nuova crisi.
Al suo interno si ritrovano forze che durante la precedente guerra combattevano su fronti opposti. Ci sono il TPLF e il movimento Fano dell’Amhara, le cui milizie avevano affiancato l’esercito federale proprio nella guerra contro i tigrini. Alla nuova alleanza partecipano anche gruppi provenienti da altre aree del Paese, mentre da anni in Oromia prosegue il conflitto tra il governo e l’Oromo Liberation Army.
Le rivalità tra queste forze non sono scomparse e rimangono profonde divergenze politiche e territoriali. Ma la decisione di combattere contro un avversario comune ha riunito almeno temporaneamente alcune delle principali insurrezioni che negli ultimi anni avevano affrontato separatamente il governo federale.
I combattimenti interessano ormai diverse regioni.
Le forze tigrine hanno condotto operazioni nell’Afar, un’area strategica perché attraversata dalle vie di comunicazione che collegano l’Etiopia a Gibuti e ai suoi porti. Secondo una fonte umanitaria citata dall’Afp, decine di migliaia di persone hanno abbandonato le proprie case.
Nell’Amhara si combatte invece anche intorno a Lalibela, la città patrimonio mondiale dell’Unesco, dove alcuni turisti stranieri sono rimasti bloccati a causa degli scontri tra esercito e Fano.
Sul fronte opposto, le forze federali e le milizie filogovernative stanno avanzando nel sud del Tigray in direzione di Mekelle, il capoluogo regionale. Ad Alamata, un medico ha riferito alla BBC che almeno 52 civili sono morti in tre giorni di pesanti combattimenti.
È difficile stabilire con precisione quale sia la situazione sul terreno. Le telecomunicazioni e l’accesso a internet nel Tigray sono stati interrotti e molte delle informazioni diffuse dalle parti non possono essere verificate in maniera indipendente.
Anche sull’origine della nuova offensiva le versioni divergono. Il TPLF sostiene di aver reagito a un attacco delle forze federali, compresi bombardamenti con droni. Il governo afferma invece che siano state le forze tigrine ad aprire le ostilità dopo aver preso il controllo di alcuni aeroporti della regione.
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Il timore è che l’Etiopia stia tornando verso un conflitto simile a quello che l’ha devastata tra il 2020 e il 2022.
Quella guerra cominciò dopo il deterioramento dei rapporti tra il governo federale e il TPLF e si trasformò rapidamente in un conflitto molto più ampio, con il coinvolgimento delle milizie amhara e dell’esercito eritreo.
Secondo una stima citata dal mediatore dell’Unione Africana, circa 600mila persone morirono durante i combattimenti e per le conseguenze della guerra. Non esiste tuttavia un bilancio definitivo e le diverse valutazioni sul numero delle vittime non coincidono.
Nel novembre 2022 gli accordi di Pretoria fermarono le ostilità su larga scala, ma lasciarono aperte alcune questioni fondamentali: il disarmo, il controllo dei territori contesi e il rapporto tra il governo federale e le autorità del Tigray.
Negli ultimi mesi quella fragile tregua ha cominciato a sgretolarsi.
Addis Abeba e il TPLF si accusano reciprocamente di aver violato l’accordo. A luglio i dirigenti tigrini lo avevano ormai definito sostanzialmente fallito. Poi sono tornati i combattimenti, le operazioni aeree e le offensive oltre i confini regionali.
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Alla ripresa della guerra interna si è aggiunto un rapido deterioramento dei rapporti con l’Eritrea.
Il governo etiope accusa Asmara di sostenere la nuova alleanza antigovernativa. Accuse simili sono state rivolte anche a Sudan ed Egitto. I tre Paesi le hanno negate.
In un raro intervento con la BBC, il ministro dell’Informazione eritreo Yemane Gebremeskel ha respinto le accuse e sostenuto che il governo di Abiy Ahmed abbia ormai l’abitudine di attribuire ai Paesi vicini la responsabilità dei numerosi conflitti che attraversano l’Etiopia.
Dal fronte arrivano però altre versioni.
Un comandante di una milizia filogovernativa impegnata nel Tigray ha riferito alla BBC che soldati eritrei sarebbero presenti nei combattimenti. Nei giorni scorsi anche Haji Awol Arba, capo dell’amministrazione dell’Afar, ha sostenuto che militari eritrei avrebbero attraversato il confine per unirsi all’offensiva dell’opposizione.
Non esistono conferme indipendenti di queste affermazioni. L’Eritrea nega di sostenere la nuova alleanza.
È un rovesciamento radicale rispetto alla precedente guerra.
Tra il 2020 e il 2022 l’Eritrea era infatti uno dei principali alleati del governo federale etiope. I soldati di Asmara entrarono nel Tigray e combatterono al fianco dell’esercito di Abiy contro lo stesso TPLF che oggi Addis Abeba accusa l’Eritrea di sostenere.
Ma Asmara non partecipò agli accordi di Pretoria e, dopo la fine della guerra, i rapporti tra i due Paesi si deteriorarono rapidamente.
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Al centro del nuovo scontro c’è anche la questione dell’accesso dell’Etiopia al Mar Rosso.
L’Etiopia è priva di uno sbocco sul mare dall’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Per un Paese di oltre 130 milioni di abitanti, Abiy Ahmed considera l’accesso diretto alla costa essenziale per la sicurezza e per lo sviluppo economico.
Negli ultimi anni il premier ha insistito sempre più apertamente sulla questione. Al centro delle tensioni c’è soprattutto Assab, il porto eritreo sul Mar Rosso situato a circa 60 chilometri dal confine etiope.
Abiy ha anche lasciato intendere la possibilità di ricorrere alla forza per ottenere il controllo del porto.
Asmara teme che Addis Abeba possa tentare di impossessarsi di Assab e considera le dichiarazioni etiopi una minaccia alla propria sovranità.
È anche su questo terreno che si è consumata la rottura tra due governi che soltanto pochi anni fa sembravano aver chiuso una delle più lunghe ostilità del Corno d’Africa.
Quando Abiy Ahmed arrivò al potere nel 2018, il riavvicinamento con l’Eritrea fu uno dei primi e più importanti atti della sua leadership. L’ambasciata etiope ad Asmara venne riaperta e l’accordo di pace contribuì all’assegnazione ad Abiy del premio Nobel per la pace nel 2019.
Durante la guerra del Tigray, i due eserciti combatterono poi fianco a fianco.
Oggi Addis Abeba accusa il suo ex alleato di aiutare le forze che combattono contro il governo federale, mentre Asmara sostiene che le accuse servano a spostare all’esterno l’attenzione dai conflitti interni dell’Etiopia.
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La crisi è precipitata nelle stesse ore in cui le esplosioni sono state udite nella capitale.
Il governo etiope ha ordinato la chiusura della propria ambasciata ad Asmara e dichiarato dieci diplomatici eritrei persone non grate, imponendo loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Il ministero degli Esteri etiope ha motivato la decisione accusando l’Eritrea di atti diretti e indiretti di ostilità contro l’Etiopia.
La risposta di Asmara è arrivata poche ore dopo: l’Eritrea ha annunciato l’interruzione di tutte le relazioni diplomatiche con l’Etiopia.
È il punto più basso nei rapporti tra i due Paesi dalla riconciliazione del 2018 e aggiunge una nuova incognita a una guerra che sta già coinvolgendo più regioni etiopi.
La presenza o meno di soldati eritrei nei combattimenti resta difficile da verificare. Così come resta da accertare se le esplosioni di Addis Abeba siano state realmente provocate dai droni dell’opposizione.
Ciò che è certo è che il confine tra una crisi interna e una più ampia crisi regionale sta diventando sempre più sottile.
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Negli ultimi anni l’Etiopia non ha conosciuto soltanto la guerra del Tigray.
In Oromia il conflitto con l’Oromo Liberation Army è proseguito mentre l’attenzione internazionale era concentrata sul Nord. Nel 2023 un altro fronte si è aperto nell’Amhara, dove i Fano — fino a poco prima alleati del governo — hanno iniziato a combattere contro l’esercito federale.
La nuova coalizione antigovernativa prova ora a mettere insieme conflitti che fino a questo momento erano rimasti in larga misura separati.
È questa la differenza più importante rispetto al passato.
Le forze che combattono contro Addis Abeba non appartengono a un’unica regione e non condividono necessariamente lo stesso progetto politico. Alcune sono state nemiche tra loro. Ma oggi dichiarano di avere lo stesso obiettivo: rimuovere il governo di Abiy Ahmed.
Le esplosioni nella capitale, se fosse confermata la rivendicazione dell’opposizione, mostrerebbero inoltre una capacità militare finora non conosciuta.
Le forze antigovernative non erano considerate in grado di utilizzare droni armati. Negli ultimi giorni, però, sono emersi segnali che suggeriscono la disponibilità di almeno una limitata capacità in questo settore. Una milizia filogovernativa ha dichiarato di aver sequestrato strutture e batterie per droni appartenenti a forze legate al TPLF.
Per il governo federale sarebbe un cambiamento significativo. La superiorità aerea è stata uno dei principali vantaggi militari di Addis Abeba nei conflitti degli ultimi anni.
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L’Etiopia si trova così davanti a una crisi che procede contemporaneamente su più livelli.
Nel Nord le forze federali avanzano verso Mekelle mentre l’opposizione combatte nell’Afar e nell’Amhara. Nella capitale esplosioni di origine ancora incerta hanno fatto temere che la guerra possa raggiungere Addis Abeba. E lungo il confine settentrionale la relazione con l’Eritrea è passata dalle accuse reciproche alla completa rottura diplomatica.
Tutto questo accade in una delle regioni più instabili del continente.
A ovest, il Sudan è devastato dalla guerra tra l’esercito e le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo. A nord, le tensioni tra Etiopia ed Egitto restano alimentate anche dalle dispute sul Nilo. Sul Mar Rosso si intrecciano interessi economici, militari e strategici che coinvolgono diversi attori regionali e internazionali.
La nuova guerra etiope rischia quindi di svilupparsi in un contesto molto diverso da quello del 2020.
Allora Eritrea ed Etiopia combattevano dalla stessa parte contro il TPLF.
Oggi il TPLF combatte nuovamente contro il governo federale, ma insieme ad alcuni di coloro che durante quella guerra erano suoi nemici. Addis Abeba accusa l’Eritrea di sostenerli. Asmara nega e accusa a sua volta il governo etiope di cercare all’esterno le cause delle proprie crisi.
Nel frattempo, i due Paesi che nel 2018 avevano celebrato la pace hanno interrotto le relazioni diplomatiche.
Non è ancora possibile stabilire se le esplosioni udite ad Addis Abeba rappresentino davvero l’arrivo della guerra nella capitale. Ma sono avvenute mentre i combattimenti si estendono, le vecchie alleanze si rovesciano e la tensione tra Etiopia ed Eritrea raggiunge livelli che non si vedevano da anni.
Il timore non è più soltanto quello di una nuova guerra nel Tigray. È che il conflitto possa allargarsi oltre il Nord dell’Etiopia e aggiungere un altro fronte alle crisi che già attraversano il Corno d’Africa.
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